martedì 19 marzo 2019

LE INFILTRAZIONI MAFIOSE IN MOLISE - Nota introduttiva



La Relazione dell'Osservatorio Antimafia del Molise 2017-2018 è di grande interesse per chi studia le modalità di infiltrazione delle organizzazioni mafiose nell’economia legale, sia per il metodo adottato che per i risultati conseguiti. Sul piano del metodo, si è proceduto incrociando i dati relativi alla Regione Molise contenuti nelle banche dati della Agenzia Nazionale per la gestione e destinazione dei beni sequestrati e confiscati, della Direzione Investigativa Antimafia e della Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo. Una operazione assolutamente innovativa. Di fronte ai dati offerti dalla Relazione, allarmanti ma non disperanti, la conclusione è che si deve agire senza ulteriori esitazioni. Ma occorrerebbe accompagnare l'azione repressiva con una attenta opera di prevenzione giudiziaria e culturale.

Prendendo anzitutto atto che non esistono nel nostro Paese “isole felici”, cioè immuni da infiltrazioni mafiose. Non lo era la Basilicata già venti anni orsono, non lo più è il Molise oggi. Se è vero che anche nel Molise, nel settore degli appalti pubblici, "alcune imprese pulite si sono affidate alle mafie per essere più competitive e aggressive sul mercato", è anche in direzione di quelle imprese che occorre rivolgere l'attenzione investigativa finalizzata, per esempio, alla amministrazione controllata prevista dal Codice Antimafia proprio per le imprese a rischio di condizionamento mafioso. Tutte le forme di criminalità, anche le più radicate, possono essere contrastate all’interno di sistemi legali con la creazione di efficaci strumenti normativi e organizzativi. Da questo punto di vista, sarebbe interessante misurare anche per la realtà molisana – come la DNA e l’Università Bocconi tentarono di fare venti anni fa in Basilicata – il grado di infiltrazione in rapporto al grado di efficienza degli apparati investigativi e giudiziari, nonché di efficacia della risposta preventiva e repressiva. La base per qualunque serio contrasto ad ogni forma di illegalità è il tempestivo scambio e la condivisione delle informazioni rilevanti, sia al livello interno che sul piano internazionale, sia tra forze di polizia che tra uffici giudiziari e tra questi ultimi e gli altri attori istituzionali, secondo principi ormai da tempo codificati. Sono principi ben noti e già affermati nelle Convenzioni ONU di Palermo (2000) contro la criminalità organizzata e di Merida (2003) contro la corruzione. Eppure, nonostante abbiamo ratificato quelle Convenzioni e siamo dotati da tempo della legislazione più avanzata del mondo in materia di antimafia, e nonostante una azione di contrasto, pagata con il sacrificio di tanti servitori dello Stato, che ha prodotto innegabili successi negli ultimi 25 anni, le mafie sono ancora forti e si sono insediate e ramificate anche in territori diversi da quelli di origine.

Come mai non sono state sconfitte dalla modernità ed anzi si trovano pienamente a loro agio dentro di essa, incrociandosi sempre più strettamente con la corruzione e con i “comitati d’affari” nell’ambito dell’economia legale? Quali fattori hanno assicurato lo sviluppo e la forza delle mafie? Il primo fattore di forza delle mafie è il costante incrocio tra domanda e offerta di servizi criminali (protezione, droghe, smaltimento rifiuti, voto di scambio, prostituzione e impiego di manodopera straniera): la forza delle mafie sta fuori dalle mafie, sta nelle sue relazioni con la c.d. “zona grigia” della società civile, con chi è disposto a intrecciare rapporti di affari illeciti per convenienza economica, professionale o politica. Vi è, poi, la capacità di soggetti criminali di cogliere le opportunità offerte: dalla globalizzazione dello spazio del mondo; dalla vulnerabilità dei mercati finanziari (paradisi fiscali e societari); dalla vulnerabilità delle pubbliche amministrazioni e dai sistemi corruttivi. Inoltre, vi sono le crescenti disuguaglianze sociali, che favoriscono le mafie nel fare affari con i ricchi senza scrupoli e nel reclutare i disperati nelle fila della manovalanza criminale, e le permanenti le asimmetrie regolative e disarmonie ordinamentali tra i vari Paesi, anche all’interno dell’UE. Infine, la trasformazione delle associazioni mafiose da strutture militari e violente in entità affaristiche fondate su un sostrato militare, che operano secondo schemi corruttivi, mantenendo la riserva di violenza a garanzia del rispetto dei patti corruttivi, è stata conseguente anche alla mancata attuazione dei principi costituzionali, a cominciare da quel diritto al lavoro, che è fondamento della Repubblica (art.1 Cost.), a quale ha il dovere di promuovere le condizioni che lo rendano effettivo (art. 4 Cost.). Fermarsi a riflettere e approfondire questa tematica in modo globale, e non settoriale, permette di cogliere la complessità dei problemi e di evitare deficit di conoscenza e ritardi nella organizzazione delle contromisure. E' stato questo il nucleo portante della Conferenza Nazionale svoltasi dal 16 al 18 novembre a Napoli. L'iniziativa è stata promossa da Regione Campania, Procura Nazionale Antimafia e Antiterrorismo ed Eurispes e ha visto la partecipazione di rappresentanti delle Istituzioni, accademici, manager, giornalisti, intellettuali, ricercatori. Sicurezza e legalità sono state esaminate attraverso otto tavoli tematici: beni confiscati, ambiente e territorio, sicurezza urbana e tutela penale, infiltrazione della criminalità organizzata nell'economia legale, terrorismo, immigrazione e tratta degli esseri umani, cyber – security, dipendenze, sicurezza e società. Dai tavoli sono emerse idee e proposte nuove perché abbiamo affrontato i problemi attraverso punti di vista diversi ma convergenti sullo stesso obiettivo di trovare soluzioni concrete e praticabili. Si è affrontato il tema della criminalità organizzata di tipo mafioso, anche nei suoi rapporti con la criminalità organizzata comune (sistema “gelatinoso”, cricca degli appalti, ecc.). E’ stata evidenziata la necessità di potenziare l’attacco ai patrimoni e la necessità di istituire una banca dati in cui raccogliere le informazioni non solo sui vincitori delle gare di appalto, ma anche dei partecipanti, con uno sguardo a tutti gli operatori che di volta in volta compongono i cartelli. Sul tema, di grande attualità, della vendita ai privati dei beni confiscati, è emersa l’esigenza di procedere alla vendita come ipotesi residuale e con esclusione dei beni di grande rilievo simbolico, che vanno valorizzati e destinati al riuso pubblico, come già previsto anche da una recente legge della Regione Campania. Si è sottolineata la necessità di una efficace lotta alla corruzione, strumento privilegiato delle mafie e delle organizzazioni di malaffare. Gli strumenti offerti dalla nuova legge anticorruzione (mi riferisco in particolare a quegli strumenti di contrasto previsti dalla Convenzione di Merida e in tutto simili a quelli da tempo utilizzati contro le mafie, come le indagini con agenti sotto copertura e una causa speciale di non punibilità per chi collabora con la giustizia) sono un segnale positivo proprio perché sono nel segno della trasparenza e della rottura del vincolo di omertà che lega corrotto e corruttore. Sono molteplici le classifiche internazionali sugli indicatori di trasparenza, che rendono evidenti le difficoltà che ancora si manifestano nel nostro Paese per raggiungere standard accettabili sotto il profilo internazionale. Il “Corruption perception index”, pubblicato da Transparency International, vede l’Italia ancora al cinquantaquattresimo posto nella graduatoria mondiale delle nazioni per l’anno 2017, con un punteggio pari a 50, ben lontano dal punteggio del Paese che guida la graduatoria (la Nuova Zelanda, con 89 punti). Va sottolineato però che negli ultimi anni stiamo recuperando parte del terreno perduto.

Nel confronto tra 2016 e 2017 abbiamo recuperato sei posizioni nella graduatoria mondiale ed abbiamo migliorato il nostro risultato di 3 punti. Servirebbe introdurre sistemi di incentivi e disincentivi che orientino i comportamenti della committenza e dei fornitori verso risultati adeguati per assicurare il miglior funzionamento del sistema delle gare pubbliche. Concorrere alla formazione di meccanismi che inducano comportamenti convergenti verso la trasparenza e la legalità rappresenta dunque un obiettivo primario, sia sul versante della committenza pubblica sia sul versante delle aziende che operano sul mercato, in particolare nell’area delle gare pubbliche. Il decreto legislativo 33/2013 (poi modificato dal d.lgs. 97/2016) ha introdotto obblighi di trasparenza delle amministrazioni impegnativi e forme di accesso avanzate. Appare promettente l’approccio alla rilevazione di criticità e alla prevenzione e sanzione di condotte illegali (anche con riferimento all'eventualità dei c.d. bandi “prototipati”, a misura del vincitore auspicato o già concordato), recentemente sviluppato anche con l'analisi di ambiti di attività specifici (settore sanitario, servizi di pulizia, ecc.). L'idea portante è che è possibile costruire indicatori di rischio, attestanti la possibile (ma non necessaria) presenza di fatti corruttivi. Ciò a partire da un elenco completo, aggiornato e attendibile di prezzi di riferimento generali. Uno scostamento eccessivo da tali prezzi indica, appunto, un rischio (non una certezza).

Scostamenti significativi evidenziano anomalie da sottoporre ad approfondimenti (che potrebbero riguardare il singolo contratto, ma anche una data amministrazione, o un'area territoriale). Nell’ambito di questa strategia, si potrebbero anche progettare programmi informatici che ricevono in modo impersonale e continuativo i dati di cui sopra, consentendo così di evidenziare in modo automatizzato le situazioni di anomalia: un sistema analogo a quello denominato Gianos, che funziona bene per la rilevazione delle operazioni bancarie e finanziarie sospette di riciclaggio.



FRANCO ROBERTI

Procuratore Nazionale Antimafia (2013-2017)

Fonte: Osservatorio Antimafia del Molise

(by Nicola)

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