venerdì 3 novembre 2017

Solitudini & Lavoro


La solitudine istituzionale sancisce una rottura nel rapporto istituzioni-cittadino. Il legame dovrebbe essere annodato da centri per l’impiego funzionanti, da centri per l’orientamento lavorativo dei disoccupati, da progetti ad hoc per i senza lavoro e così via che, grazie ad uno svolgimento efficace del proprio compito, dovrebbero riuscire a mantenere integro il legame di fiducia col cittadino. E invece cosa accade? Che il 64,46 % dei rispondenti dichiara di essersi sempre sentito abbandonato dalle istituzioni. Da notare che questa percentuale è sostanzialmente invariata rispetto a quella del 2013. Diversamente, il 17,65% (13% nel 2013) sostiene di non essersi trovato mai in una situazione di abbandono istituzionale.

La solitudine sociale è quella indotta da amici, conoscenti o anche parenti allorché assumono comportamenti dissociati dalle reali vicende che colpiscono il “proprio vicino“, con un coinvolgimento che è impercettibile se commisurato alla gravità della situazione in essere. Questi soggetti albergano l’area del “supporto e dell’aiuto” e pertanto il loro essere partecipi dovrebbe manifestarsi nell’atto del “consigliare” per indicare qualche via d’uscita o anche qualche soluzione.
Il 45,59% dei rispondenti (51% nel 2013) dichiara di essersi “spesso” sentito abbandonato o non ascoltato, il 25% dichiara di essersi sempre sentito abbandonato, mentre il 29,41% dichiara di non essersi trovata praticamente mai in condizione di solitudine sociale. Che è un valore soddisfacente se si pensa che per quasi un terzo dei rispondenti ancora si può far affidamento su una rete sociale allargata che magari non fornisce soluzioni ma aiuta nel tentativo di elaborarne qualcuna. Nel complesso una situazione molto vicina a quella del 2013.

La solitudine da parte della famiglia è quella che nel contesto culturale italiano ferisce più d’altri, anche perché ad essa è affidata in gran parte la tenuta psicologica del soggetto soprattutto quando si trova sotto sforzo. Non solo, ma dovrebbe essere un alimentatore di resilienza individuale, ovvero di quella energia necessaria a far fronte in maniera positiva agli eventi traumatici, magari continuando a tenere organizzata la propria vita (dinanzi alle difficoltà), restando lucidi e ricettivi di fronte alle opportunità positive che via via si possono presentare, senza per tutto ciò alienare la propria identità.

Secondo il 54,9 % dei rispondenti (53,00% nel 2013 ì) non ci sono state mai incomprensioni tali da compromettere seriamente la funzione cui la famiglia è preposta. Un dato che è certamente positivo ma che potrebbe apparire in qualche modo preoccupante se si guarda al suo complementare, cioè il restante 45,1%. Dove comunque fratture si saranno aperte, storie nuove -non proprio da commedia brillante- saranno nate.
Insomma, un sistema di protezione sociale che non ha funzionato e che sembra inadeguato, con l’effetto di far gravare in capo agli interessati un disagio ulteriore decisamente paralizzante. Un sistema di protezione sociale che, caso più unico che raro, sembra basarsi su tre assi: conoscenti in primis, quindi famiglia e per ultimo istituzioni.
Che riflessioni fare? Potrebbe venire immediato dire: “meno male che c’è la famiglia”. Ma per lo stesso motivo potrebbe anche sostenersi il contrario. Ovvero che proprio perché la nostra società è aprioristicamente centrata sulla famiglia, lo Stato non è mai riuscito a raggiungere una forma compiuta.
Ha fatto della sua debolezza una condizione di normalità, consentendo in qualche caso, più o meno tacitamente, che le famiglie surrogassero delle funzioni per loro improprie (vedi welfare nelle storie di tutti i giorni). Insomma senza rischiare di andare molto lontano è il solito annoso problema: la società deve basarsi sulla certezza della giustizia o sulla incertezza della carità?

Fonte: SECONDA INDAGINE CONOSCITIVA NELL’AMBITO DEL PROGETTO “OBIETTIVO 2023 - OSSERVATORIO LAVORO OVER 40”

(by Nicola)

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