venerdì 21 dicembre 2018

"Il depistaggio Borsellino fu opera anche dei magistrati..." Così il Presidente della Commissione Regionale Antimafia Claudio Fava




«La sensazione è che il depistaggio sulla strage di via D’Amelio sia il concerto di contributi di reticenza offerti – consapevolmente o inconsapevolmente - a tutti i livelli istituzionali, che hanno attraversato la magistratura e le forze dell’ordine». A dirlo è il Presidente della Commissione Regionale Antimafia Claudio Fava, che ha presentato in conferenza stampa i risultati della commissione d’inchiesta sulla strage di via D’Amelio. All’incontro con la stampa era presente, seduta nell’ultima fila, anche Fiammetta Borsellino, figlia del giudice ucciso in via D’Amelio.
Claudio Fava ha quindi presentato il rapporto che trasmetterà per conoscenza alle Procure di Caltanissetta e Messina, quest’ultima competente per quanto riguarda possibili indagini nei confronti dei magistrati, protagonisti dei primi due processi ai quali – secondo le motivazioni del Borsellino Quater - «le numerose oscillazioni e ritrattazioni» di Scarantino avrebbero dovuto consigliare «un atteggiamento di particolare cautela e rigore nella valutazione delle sue dichiarazioni, e una minuziosa ricerca di tutti gli elementi di riscontro, positivi o negativi che fossero, secondo le migliori esperienza maturate nel contrasto alla criminalità organizzata, e incentrate su quello che veniva giustamente definito il metodo Falcone».
Claudio Fava, durante la conferenza, non solo ha ricalcato le motivazioni del Borsellino Quater, ma è entrato nei dettagli.
«Si decise di credere in modo quasi apodittico – ha affermato il Presidente della Commissione Antimafia Fava - che fosse la mafia a costringere Scarantino a ritrattare. Per cui si sceglie di credere alla ritrattazione della ritrattazione» . Due sono le conclusioni raggiunte. «La prima – ha spiegato Fava è il dubbio forte che la stessa mano che ha lavorato per condurre questo depistaggio possa avere accompagnato anche gli esecutori della strage del 19 luglio 1992. Se vi è stata una continuità, non è riferibile solo alla costruzione e all’esecuzione della strage ma anche nel depistaggio». Poi c’è la seconda conclusione. «Questo depistaggio – prosegue Fava – è stato possibile per un concorso di responsabilità che va oltre i tre imputati al dibattimento di Caltanissetta e i due ‘ domini’ dell’inchiesta il procuratore di Caltanissetta, Gianni Tinebra e il capo della Mobile, Arnaldo La Barbera, che non ci sono più. La sensazione è che oggettivamente alcune forzature processuali e investigative hanno favorito il depistaggio. Una luce su questo avviene soltanto nel 2008, con le dichiarazioni del pentito Spatuzza» . Claudio Fava, però, non si ferma qui. In sostanza afferma che il depistaggio proviene da lontano. Afferma che Paolo Borsellino, nonostante lo chiedesse in più occasioni, non fu convocato dalla Procura di Caltanissetta, in merito a ciò che aveva scoperto sulla motivazione dell’uccisione di Giovanni Falcone. Quindi “menti raffinatissime” che hanno adoperato fin da subito. Va da sé pensare, dunque, che tali menti avrebbero operato ben prima della presunta trattativa Stato – mafia, che secondo la Procura di Palermo sarebbe avvenuta a cavallo tra la strage di Capaci e Via D’Amelio. Fava ricorda, riferendo dettagli dell’audizione del maresciallo Canale, che non sia affatto vero che Borsellino fu convocato da Caltanissetta per il 20 luglio 1992. Sappiamo che Borsellino aveva molto a cuore l’indagine su mafia- appalti e – come ha anche ricordato recentemente Antonio Di Pietro – riteneva che fosse una probabile causa che portò alla strage di Capaci.
«Se non ci fossero state alcune di queste sottovalutazioni, omissioni, forzature - un giudice ha definito l’attività di La Barbera predatoria -, la conclusione è che di questo depistaggio si sarebbe potuto sapere ben prima che parlasse Spatuzza», ha detto Fava. «Forse per la prima volta ha concluso - alcune domande sono state formulate a chi non le aveva mai ricevute. A questi magistrati per esempio è stato chiesto com’è che nessuno si sia stupito della pervasività dei servizi segreti nelle prime ore delle indagini, sapendo che erano contrarie alla legge». Nelle conclusioni della relazione si parla espressamente del ' contributo di reticenza' offerto - consapevolmente o inconsapevolmente - da magistrati e figure apicali delle istituzioni e delle forze dell'ordine. L’inchiesta svolta dalla commissione presieduta da Fava scaturisce dalle domande di Fiammetta Borsellino. Troveranno finalmente risposta?

Damiano Aliprandi

(by Nicola)

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