“Carissime compagne e compagni, Eccomi a voi per un saluto, sia pure da lontano, dal mondo capovolto che da venti giorni mi tiene carcerata. “Carcerata”, si, non “detenuta”: “detenuta” è un eufemismo che non rende bene la realtà; lo stridere ferrigno delle chiavi che chiudono a doppia mandata il cancello della cella; i colpi di spranga della “battitura” alle inferriate, nelle ore più disparate del giorno e della notte, a prevenire evasioni impossibili; la convivenza forzata, a due a due, in cubicoli di due metri per quattro, il cui fine non è certo favorire la socialità, ma privarci di momenti indispensabili di solitudine, del silenzio buono che rigenera, che ti permette di riordinare i pensieri e i ricordi. Qui siamo come uccellini chiusi in gabbia, in una gabbia troppo stretta. In questi luoghi, più che la violenza cieca dello stato che ci reprime (che pure esiste) colpisce la violenza subdola dei divieti immotivati, delle regole ad a...