giovedì 27 giugno 2019

Il '600 e le ville dei papi


Una guida che consente di ammirare la bellezza di luoghi segreti e poco conosciuti, emozionarsi davanti alla meraviglia di architetture uniche facendosi cullare dall'incanto di giardini pieni di meraviglie.

(by Nicola)

lunedì 24 giugno 2019

"Something is rotten in the state of Denmark" (Amleto I, IV, 90)


Dieci anni fa, nel 2009, la dottoressa Gabriella Nuzzi, pubblico ministero, scrive una lettera al presidente dell'Associazione Nazionale Magistrati in cui si congeda dal sindacato delle toghe per quanto profondamente addolorata. Il presidente all'epoca è Luca Palamara.

Lei è magistrato a Salerno e viene trasferita d'ufficio dal Consiglio Superiore della Magistratura – su richiesta del ministro dell'Interno Angelino Alfano – per aver indagato sul malaffare giudiziario di Catanzaro. Cosa era successo e perché questa lettera?

Le mie dimissioni dall’ANM nel gennaio 2009 seguirono alla decisione del CSM di privare me e i miei colleghi della Procura di Salerno delle funzioni inquirenti, mentre eravamo impegnati ad accertare, su denuncia dell’allora pm Luigi De Magistris, gravi ipotesi di reato coinvolgenti magistrati di Catanzaro, politici, pubblici amministratori, imprenditori.

La decisione fu salutata con grande soddisfazione da Palamara, punta di diamante della corrente Unicost e presidente dell’ANM, che, con il plauso di AreaDG e Magistratura Indipendente, commentò: “Il sistema ha dimostrato di avere gli anticorpi”.

Non aveva capito -né lui né il “sistema” di cui si faceva garante- che il velo si era squarciato e il tempo avrebbe fatto la sua parte.

La vicenda aveva avuto inizio un anno e mezzo prima, nel settembre 2007, quando, rientrata in servizio dopo il congedo per maternità, avevo trovato sul tavolo del mio ufficio un mucchio di fascicoli con annotato il nome di Luigi De Magistris come indagato. Si trattava di numerosi esposti a suo carico per presunte illegittimità nell’esercizio delle sue funzioni di Pubblico Ministero a Catanzaro, provenienti da politici, avvocati, magistrati dei distretti di Potenza e Catanzaro. Le denunce, accompagnate da interrogazioni parlamentari e segnalazioni disciplinari, miravano, in sostanza, a giustificare la sottrazione a De Magistris, che ne era il titolare, di tre importanti inchieste, Poseidone, Why not e Toghe Lucane, da parte del Procuratore e del Procuratore Generale di Catanzaro.

In quel momento non potevo immaginare ciò di cui, invece, mi resi conto alcuni mesi più tardi, ovvero che la Procura di Salerno costituiva un ingranaggio essenziale di un “sistema” funzionale a dare a De Magistris il colpo di grazia: sarebbe, infatti, bastato rinviarlo a giudizio per uno solo di quei reati per delegittimarne definitivamente le inchieste e disintegrare la sua vita personale e professionale.

Il “sistema”, però, aveva fatto male i suoi conti.

Organizzai il mio lavoro e iniziai a studiare gli atti. Si unì a me il collega Dionigio Verasani. Dopo alcuni mesi di indagini, giungemmo alla conclusione che le tre inchieste Poseidone, Why not e Toghe Lucane erano state oggetto di illecite interferenze da parte dei capi e che gli esiti delle indagini avevano esposto De Magistris a una serie di azioni ostative e ritorsive, esterne ed interne agli ambiti giudiziari, finalizzate a determinarne il definitivo allontanamento dalla magistratura.

Nel giugno 2008, le accuse a carico di De Magistris furono archiviate; da indagato assunse la veste di persona offesa.

Gli organi di autogoverno e vigilanza (CSM, Procura Generale della Cassazione, Ministero della Giustizia), sebbene da noi informati sin dal dicembre 2007 della difficile situazione vissuta da De Magistris e del rifiuto frattanto opposto dal Procuratore e dal Procuratore Generale di Catanzaro alle richieste di esibizione degli atti delle inchieste Poseidone e Why Not, necessari per il riscontro dei fatti da lui narrati, ne decretarono il trasferimento disciplinare al Tribunale di Napoli, privandolo delle funzioni inquirenti.

Cosa successe in seguito?

Nel dicembre 2008, dopo nove richieste e reiterate sollecitazioni agli organi di vigilanza tutte inevase, il mio ufficio decise di intervenire nei confronti dei magistrati di Catanzaro indagati per corruzione e abuso d’ufficio e procedere al sequestro di copia degli atti delle inchieste Poseidone e Why Not individuati come necessari alle indagini.

Le operazioni di perquisizione e sequestro furono eseguite il 2 dicembre 2008 nel pieno rispetto delle norme -come fu in seguito appurato- ma la reazione fu violentissima e imprevedibile.

Due giorni dopo, infatti, il 4 dicembre 2008, io e miei colleghi ci vedemmo recapitare in ufficio un’informazione di garanzia firmata dai nostri indagati. L’accusa mossa a me, Verasani e al procuratore Luigi Apicella era di avere quali “promotori” e “organizzatori”, abusato delle funzioni di Pubblico Ministero “al fine di occultare i reati perseguiti nel procedimento Why Not”, disponendo il sequestro degli atti con un decreto “abnorme” finalizzato a sottrarre l’inchiesta ai magistrati di Catanzaro, così “arrecando un danno ingiusto” a costoro, “alla Regione Calabria e all’intera collettività del distretto, nonché “perseguendo l’interesse privatistico e utilitaristico connesso alla artificiosa delineazione di un complotto a livello istituzionale contro il dottor De Magistris, tra l’altro, ad opera dei magistrati di Catanzaro”.

Sulla base di queste imputazioni, i magistrati di Catanzaro, indagati dalla Procura di Salerno, disposero il contro-sequestro degli atti dei procedimenti Poseidone e Why Not, sottraendoli così ai loro indagatori.

Un comportamento abnorme, che, anziché indurre le istituzioni a intervenire a nostra tutela, generò il pretesto per eliminarci, sfruttando quell’enorme fandonia nota come “la guerra tra procure”.

Nel giro di pochi giorni, dopo un’audizione dinanzi al plenum del CSM durata fino a notte fonda, i miei colleghi ed io fummo sottoposti, prima, a procedura di incompatibilità ambientale, poi, a procedura cautelare d’urgenza. Iniziarono le ispezioni ministeriali. Il Procuratore Generale della Cassazione avviò l’azione disciplinare, come pure il ministro della Giustizia Alfano.

Fummo definiti “eversivi”, il nostro agire “finalizzato alla destabilizzazione e all’eversione dell’istituzione dello Stato”.

E arriviamo così alla sua lettera.

Il 19 gennaio 2009 la Sezione Disciplinare del CSM dispose il nostro trasferimento cautelare in via d’urgenza di sede e funzioni, con l’appoggio dell’ANM, di cui erano presidente e segretario, rispettivamente, Luca Palamara di Unicost e Giuseppe Cascini di AreaDG.

A febbraio 2009 il procedimento penale iscritto a nostro carico dal Procuratore Generale di Catanzaro fu trasferito alla Procura di Roma e giunse nelle mani del Procuratore Aggiunto Achille Toro (condannato a due anni nell’inchiesta Grandi Eventi) che, invece di ascoltare le nostre ragioni, diede mandato ai Carabinieri del Ros di acquisire i tabulati telefonici di De Magistris e miei. L’obiettivo era tentare di accreditare una campagna diffamatoria, scaturita da interrogazioni di parlamentari del centrodestra, circa l’esistenza di una relazione personale nata durante le indagini tra me e De Magistris e finalizzata a distruggere la nostra reputazione personale e professionale, oltre che le nostre vite familiari. I contatti, però, erano stati preventivamente autorizzati dall’Ufficio, noti ai Carabinieri nostri collaboratori e dettati esclusivamente da ragioni d’ufficio, così che il tentativo di infangarmi fallì miseramente con un’azione di risarcimento dei danni, che mi vide vittoriosa.

Nel frattempo, a seguito del mio trasferimento a Latina, gli atti del procedimento penale furono trasferiti per competenza alla Procura di Perugia, che, svolti i dovuti accertamenti, archiviò in breve tempo le nostre posizioni.

Ciò nonostante, il 19 ottobre 2009 la Sezione Disciplinare del CSM presieduta da Nicola Mancino pronunciò la nostra condanna disciplinare e io, che ero il magistrato più giovane, fui sanzionata più duramente degli altri.

Come mai tanto accanimento nei suoi confronti?

La ragione non è aver scritto un decreto di sequestro “troppo lungo” né di avervi trasfuso “inopportunamente” i nominativi di soggetti che, tempo dopo, all’esito di altre inchieste, sono stati colpiti da condanne per corruzione e altri gravi reati. Il vero motivo è aver scoperto il sistema istituzionalizzato di annientamento dei magistrati ritenuti scomodi e, soprattutto, di averlo messo nero su bianco in provvedimenti e denunce alle autorità competenti.

Eppure, all’epoca, nessun esponente della magistratura associata gridò allo scandalo. Non solo le tre correnti non levarono una parola in nostra difesa, ma lasciarono che “il sistema” seguisse il suo corso, senza alcuno scrupolo, in cambio della possibilità di negoziare liberamente carriere e promozioni.

Un atto di convenienza della peggiore politica, di cui oggi l’intera magistratura paga le conseguenze. E il mio pensiero va ai giovani magistrati, soprattutto quelli di prima nomina designati nelle sedi ad alta densità mafiosa.

Oggi che situazione professionale e personale vive? Cosa ha conservato della sua esperienza?

E’ inutile dire che non è stato facile resistere a tanta violenza e ai suoi strascichi. Ho trovato sostegno nei familiari, negli amici più cari e in tantissime persone, associazioni, gruppi che mi hanno scritto, infondendomi fiducia e coraggio. Lungo il mio percorso, a Latina come a Napoli, dove attualmente esercito le funzioni di giudice, ho avuto la fortuna di incontrare colleghi di grande livello, che mi hanno apprezzato e con cui ho instaurato legami fortissimi sul piano umano e professionale. Molti di loro non fanno parte della magistratura associata, altri ne sono attivisti, segno che anche nelle correnti ci sono forze sane che possono agire da leva per una rinascita culturale dell’associazionismo. E’ difficile per chi ha subito una violenza istituzionale riacquistare fiducia, ma l’isolamento è ancor più dannoso delle sanzioni disciplinari: è un favore che si concede ai propri detrattori. Queste riflessioni mi hanno indotto pian piano a rivalutare il momento partecipativo. Osservo più da vicino e valuto in base a fatti e comportamenti.

Esiste un meccanismo di controllo dei magistrati e come funziona?

In Italia il controllo della magistratura e delle forze dell’ordine costituisce da sempre un obiettivo primario della criminalità organizzata, in tutte le sue variegate conformazioni.

Dopo l’epoca stragista e le inchieste milanesi sulla corruzione del sistema politico-amministrativo della prima e seconda Repubblica, si è progressivamente affermata una nuova metodologia d’intervento erosiva dell’autonomia e dell’indipendenza dei giudici.

Per un verso, le riforme legislative su illeciti disciplinari e responsabilità civile hanno introdotto strumenti che si prestano a essere utilizzati come veri e propri grimaldelli contro i magistrati scomodi. Il meccanismo -una costante delle indagini ad alto impatto istituzionale- è sempre identico: “fughe di notizie” alla vigilia e in coincidenza di importanti atti investigativi, con conseguenti denunce contro il magistrato inquirente da parte degli indagati o dei loro difensori; interrogazioni parlamentari e campagne diffamatorie sulla stampa; apertura di procedimenti penali, disciplinari e paradisciplinari; trasferimenti e sanzioni che compromettono per sempre la vita professionale del magistrato.

Altra strategia è quella che passa attraverso le nomine ai posti dirigenziali, da cui dipendono l’organizzazione dei carichi di lavoro dei magistrati, i pareri di professionalità, le segnalazioni disciplinari e così via. La degenerazione del correntismo giudiziario e il ricorso a criteri eccessivamente discrezionali da parte del CSM nell’esercizio dell’autogoverno hanno aperto il varco alla “contrattazione” delle nomine, portando talvolta ai vertici degli uffici giudiziari soggetti piegati a logiche propriamente politiche.

E’ evidente come questo modus procedendi abbia reso vulnerabile l’autonomia e l’indipendenza dei magistrati, favorendo collusioni e prassi corruttive.

La sua vicenda è particolarmente significativa, tanto più oggi in relazione a quanto sta accadendo.

Il caso Palamara e dei cinque togati del CSM è emblematico del delirio di onnipotenza che avvolge il nostro autogoverno.

Questa volta, a differenza di quanto accadde dieci anni fa, ANM e CSM sono intervenuti con i proclami: siamo tutti chiamati a porci interrogativi morali e a riflettere sulle degenerazioni del carrierismo.

Direi una reazione dovuta, necessitata dall’eccezionale gravità delle rivelazioni e del misero spaccato che ne è emerso. Sorprende che ci sia voluto un trojan nel cellulare di Palamara (peraltro attivo solo pochi giorni) per “scandalizzare” le correnti e porle di fronte alle macerie di un disastro che, assai colpevolmente, hanno contribuito a provocare.

Forse è già tardi, ma la nostra istituzione è robusta: oggi siamo tutti chiamati a collaborare per risollevarne le sorti.

La magistratura, infatti, vive giorni drammatici sia al suo interno, per via delle lacerazioni, sia all’esterno, a causa della messa in discussione della sua credibilità. Che fare?

Il primo passo è lavorare a una rinascita culturale e a un autentico rinnovamento dell’attività associativa, che ripudi le logiche dell’appartenenza, del carrierismo, del mercanteggiare, e ponga al centro dei propri interessi la tutela dell’indipendenza del magistrato e i temi della giustizia, ciò di cui hanno bisogno i cittadini.

E’ un processo interiore, di lenta maturazione, che non può prescindere da una profonda e attenta autocritica degli errori compiuti, per emendare i quali non bastano gli appelli.

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha deciso di non sciogliere il CSM, dichiarandolo un provvedimento inutile se non cambiano le regole del gioco.

La decisione del Capo dello Stato di non decretare l’immediato scioglimento del Consiglio Superiore e indire a breve nuove elezioni suppletive è l’unica soluzione realisticamente percorribile. Nel frattempo occorrono regole in grado di recidere il circuito vizioso che consente a chi ricopre incarichi associativi di sedere automaticamente negli organi di autogoverno (CSM e consigli giudiziari) o di assumere incarichi politico-amministrativi per poi rientrare a esercitare la giurisdizione in posti dirigenziali. Regole che prevedano dimissioni obbligatorie in caso d’incarichi politici; che assicurino una paritaria presenza femminile nel Consiglio Superiore della Magistratura; che delimitino la discrezionalità nell’esercizio dell’autogoverno, valorizzino il merito professionale e introducano correttivi a garanzia dell’imparzialità nelle procedure riguardanti la progressione in carriera del magistrato, assicurando valutazioni di professionalità effettive e trasparenza nelle procedure di accesso alla magistratura e nomina agli uffici dirigenziali.

Cosa ci insegna la Costituzione?

Che l’autonomia e l’indipendenza del magistrato non sono un privilegio di categoria. Ma un baluardo del nostro Stato di diritto, posto a garanzia del principio dell’eguaglianza dei cittadini nell’esercizio della giurisdizione. Dico cose scontate, ma forse è il caso di ripeterlo tutti, come un mantra.

Intervista a Gabriella Nuzzi di Rossella Guadagnini, fonte 'Micromega'

(by Nicola)

sabato 22 giugno 2019

Contestiamo il nuovo bando FNA 2018 della Regione Molise




Nei primi giorni di giugno gli ambiti territoriali della Regione Molise hanno pubblicato il nuovo bando “FNA 2018 – INTERVENTI IN FAVORE DI PERSONE CON DISABILITA’ GRAVE E GRAVISSIMA ASSISTITE A DOMICILIO”, ossia un programma finanziato a livello statale e regionale (nella misura per l’anno 2018 di € 400.000), destinato ad alleviare i bisogni delle persone con disabilità non autosufficienti e delle loro famiglie residenti nel territorio della Regione Molise.
Gli interventi sono diversificati su tre programmi distinti: il primo destinato a persone con disabilità, adulti e minori in condizioni di dipendenza vitale che necessitano a domicilio di assistenza continuativa e monitoraggio di carattere socio-sanitario nelle 24 ore, 7 giorni su 7; il secondo destinato a minori con gravissima disabilità per la frequenza di corsi finalizzati all’acquisizione di competenze per l’autonomia personale e sociale; infine il terzo destinato ai Centri Socio Educativi Diurni per la realizzazione di attività sperimentali finalizzate al mantenimento delle capacità residue ed all’acquisizione di maggiori livelli di autonomia rivolte a soggetti con grave disabilità che hanno terminato il percorso scolastico e che frequentano la struttura.
Sebbene rispetto all’anno scorso c’è stato un aumento di circa € 200.000 delle risorse stanziate dalla regione Molise, riguardo al bando 2018 abbiamo purtroppo evidenziato le seguenti criticità:
Innazitutto, il programma attuativo non contiene alcun riferimento al progetto individuale della persona con disabilità di cui alla legge 328/2000, unico strumento in grado di garantire una presa in carico globale , continua ed efficace della persona con disabilità.
Per i destinatari del primo programma, è stata introdotto per la prima volta come condizione di ammissione la circostanza di aver conseguito un punteggio SVAMA compreso tra 11 e diciotto, con ciò di fatto escludendo i soggetti con punteggio inferiore a 11. Per i non addetti ai lavori, la Svama è una scala di valutazione multidimensionale , che tiene conto delle condizioni fisiche della persona con disabilità, delle sue condizioni ambientali e sociali (volutamente non entriamo in merito all’appropriatezza dell’uso della SVAMA per le persone con disabilità derivanti da diverse patologie che producono effetti diversi su persone diverse).
Escludere aprioristicamente un soggetto con SVAMA 10 o inferiore significa togliere qualsiasi speranza di supporto sociale a persone con disabilità , che pur essendo riconosciute dalla legge persone con gravi disabilità ex art. 104 art. 3 comma 3 e pur essendo titolari di indennità di accompagnamento, non vengono ritenute comunque abbastanza gravi da beneficiari di ulteriori supporti sociali, tenuto conto del fatto che allo stato non vi è alcun finanziamento regionale alle legge sulla cd. vita indipendente . E’ ancora più paradossale in quanto vengono aumentati i fondi ma ristretta la platea dei beneficiari!
Evidenziamo inoltre la circostanza che nel bando viene accomunata, senza alcuna differenza, la condizione di disabilità derivante dalla anzianità/vecchiaia della persona rispetto alla condizione di disabilità presente dalla nascita. Ovviamente non intendiamo toccare i diritti di nessuna persona bisognosa né innescare alcun confronto tra le situazioni di sofferenza umana, ma ci domandiamo se non sia il caso, come già avviene in molte altre regioni di Italia che hanno previsto programmi differenziati, di riflettere sul fatto che una famiglia che convive con la disabilità e la mancanza di autonomia di un figlio dalla nascita, ha altre esigenze rispetto a quella che convive con la disabilità di un anziano che ha lavorato una vita intera. A titolo esemplificativo, basti pensare al grande numero di donne che sono costrette a lasciare il lavoro per assistere un figlio!
Co riguardo al secondo programma, destinato ai minori, osserviamo che quest’anno è divenuta condizione per l’ammissione al programma l’aver prodotto le ricevute di pagamento relative agli interventi finalizzati all’autonomia effettuati negli anni precedenti. Senza voler ledere i diritti di chi ha lavorato, che deve essere giustamente retribuito, ci domandiamo se sia giusto far pagare all’anello più debole della catena (i bambini con disabilità ) gli errori compiuti da coloro che invece dovevano tutelarli o se non si poteva ( e doveva) trovare ed adottare una soluzione che salvaguardasse i destinatari ultimi del bando.
Siamo sempre stati disponibili al confronto con le istituzioni, ma dobbiamo purtroppo constatare che ogni volta che vengono prese decisioni riguardanti le persone con disabilità, nessuno si ricorda di ascoltarci, altro che “NIENTE PER NOI SENZA DI NOI”!
Siamo quindi costretti ad alzare la voce, per rivendicare i nostri diritti!

1- Tina De Michele, Presidente della Consulta per le disabilità del Comune di Termoli
2- Franca Cianchetta , Presidente di “Uguali”, comitato di lotta per i diritti per le persone con disabilità
3- Emilio Izzo, Portavoce di “Uguali”, comitato di lotta per i diritti per le persone con disabilità
4- Domenico Costantino, Presidente Associazione MO.VI. Movimento Vita Indipendente
5- Nicola Lanza, Portavoce Laboratorio Progressista
6- Gaetano Accardo, Presidente Unione Italiana Ciechi ed Ipovedenti Campobasso
7- Nicola Frenza, Presidente OML
8- Enrica Brandolini, Presidente Ass.ne Molisiamo Mamme
9- Monica Di Filippo, Presidente Associazione Genitori Arcobaleno Venafro
10- Nicolino Buscio, Tesoriere Associazione Angioma Cavernoso Cerebrale
11- Paolo Donnarumma, Angsa Molise (in fase di costituzione)
12- Mario Vaccaro, Presidente Associazione “Jam Bell APS-ETS”
Sallusti Marco, Sallusti Luca, Concettina Aquilante, Michelangelo Nardella, Nicola Spina, Monia Giansalvo, Stefania Muraca , Caterina Ancora, Antonietta Di Mella , Barbara D’Ercole, , Giovanni Muccio, D’Angona Mario, D’Angona Tamara, Claudio Oriente.

Fonte: La Gazzetta Molisana

(by Nicola) 

Parola di Piercamillo


"Bisogna ripensare l’intero modello dell’organizzazione giudiziaria e riportare l’etica del magistrato al dovere di rendere giustizia"
Piercamillo Davigo

(by Nicola)

venerdì 21 giugno 2019

Il governo non ha problemi di scelta: deve eliminare l’immunità a suo tempo concessa ai gestori dell’Ilva


La reiterata richiesta di Arcelor Mittal di ottenere l’immunità penale, civile ed amministrativa per la gestione dell’Ilva da parte del nostro Governo collide non solo con la nostra Costituzione come ieri abbiamo fatto presente, ma anche con la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo del 24 gennaio 2019, la quale ha condannato l’italia per non aver salvaguardato la saluta dei cittadini, colpiti dagli inquinamenti di detta acciaieria.
Dunque il governo non ha problemi di scelta: deve eliminare l’immunità a suo tempo concessa ai gestori dell’Ilva e se gli indiani intendono abbandonare questa acciaieria esso deve considerare questo abbandono un’ottima occasione per chiudere questa industria e salvaguardare soprattutto, come la nostra Costituzione prevede, la salute dei cittadini.
Si sottolinea che la vasta zona occupata da questa industria velenosa può essere agevolmente riconvertita in altre attività non inquinanti e molto più remunerative, che tutelerebbero l’impiego di tutti i dipendenti dell’Ilva.
Quanto alla proprietà del suolo è indubbio che la sua vendita a privati è stata effettuata in violazione delle norme precettive e imperative di cui all’articolo 41 della Costituzione secondo il quale: “l’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza la salute dei cittadini, alla libertà, alla dignità umana”. Ed è dunque agevolmente annullabile ai sensi dell’articolo 1418 del Codice Civile., tenendo per altro presente che l’azione di nullità è imprescrittibile.
 
Prof. Paolo Maddalena
 
(by Nicola)

I Misteri


(by Nicola)

giovedì 20 giugno 2019

Il 'Terzo settore' in vetrina a Roccavivara

(by Nicola)

"Il popolo in quanto categoria politica è sempre qualcosa di costruito» Chantal Mouffe


Ricerca condotta nelle periferie di: Milano, Firenze, Roma e Cosenza da docenti universitari e attivisti/e appartenenti al " Cantiere delle Idee."
Emerge uno scenario difficilmente riconducibile alle etichette di 'populismo', 'razzismo' o 'euroscetticismo' e che costringe a ripensare le categorie con le quali interpretiamo i fenomeni odierni.

... "Ma perché questa destrutturazione atomistica attraverso l’obnubilamento di massa? Presto detto: il modo di produrre basato sulla precarizzazione, la gig-economy dei lavoretti al posto del lavoro, e la messa fuori gioco dei possibili disturbatori della quiete pubblica hanno l’irrinunciabile necessità di smantellare il concetto stesso di solidarietà, su cui si basa la cultura dei diritti, e azzerare ogni orientamento critico; lasciando baluginare l’alternativa-chimera dell’arricchimento personale. L’entrata nel Paese del Bengodi attraverso il mito dell’imprenditorializzazione. E quando i fatti smascherano la mendacità di tale propaganda, scendono in campo nuovi script anestetici; basati sull’individuazione di “untori”, colpevoli del crescente malessere e in pole position per diventare il nemico di ulteriori guerre tra poveri. Nel tracollo dell’aureo principio che valorizza il discorso pubblico bilanciando il potere dei pochi che controllano le risorse di potere con il numero dei senza potere: la democrazia..."

(by Nicola)

venerdì 14 giugno 2019

L’acqua è un bene demaniale

Il 18 aprile 1947 il Governo De Gasperi (Presidente della Repubblica de Nicola) fondava l’Ente per l’Irrigazione in Puglia, Lucania e Irpinia (einpli), risolvendo così, in modo esemplare, il bisogno di acqua delle regioni dell’Italia meridionale.
Il Governo Monti, ispirato dalle false teorie neoliberiste, in data 6 dicembre 2011 con decreto legge numero 201, articolo 21, comma 10/11, ha soppresso detto Ente e previsto la sua gestione temporanea da parte di commissari.
L’attuale governo, procedendo sula stessa via neoliberista di Monti, ha dato attuazione a dette disposizione, statuendo, all’articolo 24 del decreto-legge n.34/2019 (cd. decreto crescita), che: “A decorrere dalla data di trasferimento delle funzioni di cui al primo periodo del presente comma, i diritti su beni demaniali già attribuiti all’Ente di cui al comma 10 in forza di provvedimenti concessori si intendono attribuiti alla società di nuova costituzione.”
Questa disposizione, come si nota, realizza il fenomeno fraudolento della privatizzazione e cioè il trasferimento di un bene demaniale di assoluta e primaria importanza come, l’acqua, da un Ente pubblico, tenuto a perseguire interessi pubblici, a una società privata, sia pur con partecipazione statale, che è tenuta, secondo il codice civile, a perseguire gli interessi dei soci e non quelli del popolo italiano.
Si precisa che, ai sensi dell’articolo 144 del decreto legislativo numero 156 del 2006 (codice dell’ambiente) “l’acqua è un bene demaniale” e cioè un bene che appartiene al popolo sovrano e che, essendo fuori commercio, e non può essere ceduto ad una società privata.
Anche la captazione e la distribuzione dell’acqua, inoltre, devono essere in mano pubblica, come prevede l’articolo 43 della Costituzione in relazione alla gestione dei servizi pubblici essenziali.
Infatti, non esiste società privata, anche se partecipata da Enti territoriali o da alcuni Ministeri, che sia in grado di attuare la disciplina che il citato articolo 144 del codice dell’ambiente sancisce per la gestione dell’acqua, la quale deve tendere al “rinnovo delle risorse, non pregiudicare il patrimonio idrico, la vivibilità dell’ambiente, l’agricoltura, la piscicoltura, la fauna e la flora acquatiche, i processi geomorfologici e gli equilibri idrogeologici”, non è chi non veda che se l’Ente gestore è costituito da una società, il cui fine è solo il profitto economico, il perseguimento di questi obiettivi di interesse generale diviene impossibile, e comunque certamente recessivo rispetto all’interesse economico privato.
Privatizzare l’acqua inoltre contrasta con il referendum del 2011, che negò allo Stato il potere di affidare la captazione e la distribuzione dell’acqua a società private, divieto ribadito da due sentenze della Corte Costituzionale.
Nel descritto quadro, è evidente che il riferimento agli Enti pubblici territoriali e ai Ministeri è solo fumo negli occhi e che prima o poi questo bene assolutamente primario per il suo valore umano cadrà nelle mani di singoli privati, molto probabilmente di multinazionali straniere, è ben noto infatti che le S.p.A., anche se al loro interno ci sono partecipazioni pubbliche, possono essere scalate da chiunque.
Questo provvedimento decreta in sostanza la perdita della sovranità nazionale sul bene più essenziale della vita dell’uomo: l’acqua.
È per questo che la privatizzazione in questione viola in pieno numerosi articoli della Costituzione e persino l’articolo 1 secondo il quale “la sovranità spetta al popolo”.
Ci rivolgiamo al Presidente della Repubblica e a tutti i parlamentari affinché impediscano che questa essenziale e vitale fonte di ricchezza sia sottratta al popolo e trasferita nelle mani di pochi con tutte le conseguenze che ne derivano.
 
Professor Paolo Maddalena  

(by Nicola)

sabato 8 giugno 2019

E' nato 'Il Furgone della Solidarietà' - Esclusiva OML



In tempi di 'respingimenti' gli amici di 'Molisesorriso' onlus - guidati dal nostro socio Raffaele Lucci - ogni anno si recano in Bosnia per accogliere nel periodo estivo in Molise, presso le rispettive abitazioni,  bambini e ragazzi con disabilità.
Da oggi, grazie al contributo di 'Unicredit', il loro compito sarà meno faticoso!
Auguri dall'OML.

P.S.:
A loro, e a noi, l'unico 'Matteo' che piace é: 'Matteo 25-40.'
Amen.

(by Nicola)

martedì 4 giugno 2019

Ripartiamo dalle periferie: ieri pomeriggio a Castellone terminato il progetto "Scoprire tra le righe"


Alunni e insegnanti della Scuola di Castellone di Boiano ieri hanno dato prova della propria sensibilità nei confronti di ciò che ci circonda allestendo una bellissima mostra e si sono trasformati in 'formatori' dei genitori che hanno partecipato con entusiasmo all'evento.
Nei prossimi giorni metteremo in rete le immagini girate per l'occasione.
AIIG Molise e OML ringraziano ragazzi e docenti per la fiducia e la pazienza loro riservate!

(by Nicola)

Museo dei Tratturi. Buona la prima!


Lunedì 3 giugno,  presso l'Area Didattico Naturalistica di Matrice, si è tenuta la prima videoconferenza con il prof. Domenico Liggeri dello IULM di Milano titolare dell'unica Cattedra di turismo e enogastronomia in Italia.
All'evento hanno partecipato:  N. Petrella, Enza Santoro, Tina Lembo e Rocco Cirino per l'AIIG Molise, Michele Carroccia esperto di topografia antica, Francesco Miranda autore del 'Museo della Civiltà Contadina a Casalciprano', l'architetto Antonello Filippi (responsabile nazionale coordinamento ippovie), il 'decano dei tratturi' Pierluigi Giorgio, Salvatore D'Amico sindaco di Ielsi e il presidente della nostra associazione.
Continuate a seguirci per tenervi informati sugli sviluppi...

(by Nicola)