La mena delle pecore. E le altre mene

  

Pastoralismo, tratturi, biodiversità e politiche pubbliche: all’UniMol il confronto tra ricerca, istituzioni e pastori. 

Il 2 ottobre, all’Università degli Studi del Molise, ho partecipato alla giornata di studio e confronto dedicata al pastoralismo, organizzata dalla prof.ssa Letizia Bindi, che da anni lavora su questi temi.

Una giornata densa, con docenti, ricercatori, rappresentanti delle istituzioni, della tutela, del mondo agricolo e pastorale.

Una cosa, più delle altre, mi ha colpito: per la prima volta c’erano i pastori. E questa volta hanno preso la parola anche loro, confrontandosi direttamente con il mondo accademico e istituzionale.

Non come presenza simbolica. Hanno discusso, criticato, proposto.

A un certo punto è riemersa anche una parola antica: quella che oggi chiamiamo comunemente transumanza, nel grande sistema pastorale meridionale era semplicemente “la mena delle pecore”: un sistema economico, sociale e territoriale che per secoli ha collegato montagne e pianure, comunità e mercati, uomini, animali e paesaggi.

Una parola antica, tutt’altro che morta, perché la giornata ha mostrato con chiarezza che il pastoralismo non è soltanto memoria, ma:

  • economia

  • presidio delle aree interne

  • biodiversità

  • servizio ecosistemico

  • gestione del territorio

  • patrimonio bioculturale

  • conoscenza adattiva

  • lavoro.

È stato ricordato, ad esempio, che la mobilità pastorale mantiene aperti i pascoli, limita l’avanzata degli arbusti, distribuisce nutrienti, sostiene habitat aperti e può contribuire a ridurre il rischio di incendi.

La Soprintendente del Molise ha sottolineato un altro punto decisivo: il tratturo non può essere tutelato soltanto come traccia materiale. Il suo valore dipende dal sistema socioculturale e produttivo che continua a dargli funzione.

Letizia Bindi ha messo in guardia da un rischio concreto: l’iconizzazione della transumanza, ridotta a immagine, percorso turistico o passeggiata sul tratturo, mentre si indeboliscono le pratiche pastorali che quei luoghi li hanno prodotti e mantenuti vivi.

Tre i paradossi più evidenti emersi durante la giornata:

  1. possiamo spendere risorse per recuperare e infrastrutturare i tratturi senza chiederci chi li manterrà aperti negli anni successivi?

  2. Possiamo parlare di turismo lento, ecomusei e valorizzazione senza sostenere chi quei paesaggi li rende materialmente possibili?

  3. Possiamo celebrare il pastoralismo senza verificare se le aziende pastorali riescono davvero a sopravvivere?

Anche dal mondo istituzionale è arrivato un messaggio chiaro: non basta sostenere la permanenza. Bisogna rendere il mestiere del pastore dignitoso e attrattivo, soprattutto per i giovani, attraverso servizi, reti e condizioni reali di vita e di lavoro.

E i pastori di cosa hanno parlato? Di burocrazia, norme pensate per modelli produttivi lontani dall’allevamento estensivo, difficoltà di accesso alle risorse, manodopera, ricambio generazionale, solitudine, ma anche di orgoglio, competenza, qualità della vita, passione e continuità familiare.

Uno di loro ha ricordato che la pastorizia non è soltanto un’attività da conservare per memoria: può essere ancora un fatto economico e un sistema razionale di allevamento.

Un’altra testimonianza ha mostrato quanto il mestiere sia cambiato: tecnologia, moto, localizzazione dei cani, nuovi strumenti. Tradizione, dunque, non significa immobilità. Significa anche capacità di innovare ogni giorno per continuare a esistere.

Ed è emersa anche una domanda fondamentale: come misuriamo il successo di un progetto? Solo attraverso le somme spese, gli incontri realizzati e le rendicontazioni? Oppure anche attraverso quante famiglie sono rimaste sul territorio, quante aziende hanno continuato a vivere, quanti giovani sono tornati, quali pratiche sono sopravvissute, quali risultati concreti sono rimasti dopo la fine del finanziamento?

Un altro intervento ha parlato proprio del rischio di progetti che fanno una “vampa” mentre esistono e poi si spengono, lasciando poco o nulla di stabile sul territorio.

È un’immagine che resta. E da tutto il confronto, almeno per come l’ho ascoltato, emergono alcune indicazioni molto concrete:

  1. coinvolgere i pastori fin dall’inizio nella costruzione delle politiche e dei progetti che li riguardano;

  2. distinguere norme e procedure per allevamento intensivo ed estensivo;

  3. riequilibrare l’accesso alle risorse pubbliche, evitando che i piccoli restino ai margini;

  4. riconoscere economicamente i servizi ecosistemici e territoriali svolti dalla pastorizia;

  5. utilizzare il pascolamento come strumento di manutenzione dei tratturi e degli spazi rurali;

  6. valutare i progetti per i risultati reali prodotti, non solo per ciò che è stato speso o rendicontato;

  7. coinvolgere maggiormente giovani e studenti, portandoli dentro le aziende e sui territori. La mena delle pecore.

La stessa Bindi, facendo un primo bilancio dell’Anno internazionale del pastore e del pastoralismo, ha posto una questione tutt’altro che celebrativa: la grande visibilità ottenuta ha davvero prodotto cambiamenti nelle politiche?

La sua valutazione è prudente: c’è ancora molto da fare perché il pastoralismo estensivo possa dirsi davvero più tutelato e più sicuro.

Ed è qui che torno alla parola iniziale: La mena, quella che muoveva greggi, uomini, economie, conoscenze e territori.

E poi ci sono le altre mene:

  • le promesse

  • le celebrazioni

  • i progetti che durano finché dura il finanziamento

  • le parole che rischiano di girare attorno ai problemi senza spostarli di un passo.

Per l’Osservatorio Molisano sulla Legalità questo è il punto.

Legalità significa anche trasparenza nell’uso delle risorse pubbliche, partecipazione reale, equità nell’accesso alle opportunità, valutazione dei risultati e responsabilità verso i territori.

Il 2 ottobre ho soprattutto ascoltato. Ed è stata probabilmente la cosa più importante da fare, perché prima di progettare il futuro dei territori bisogna tornare ad ascoltare chi quei territori li percorre, li cura, li conosce e continua, spesso in silenzio, a tenerli vivi.

La mena, quella vera, non è mai stata una passeggiata.
Ciampitti docet!

Nicola Frenza

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