Sicurezza e democrazia, Franco Gabrielli a Campobasso: oltre la paura, il valore delle comunità
La presentazione del libro “Contro la paura” di Franco Gabrielli e Carlo Bonini diventa un'occasione per interrogarsi su legalità, diritti, solitudine e futuro dei territori. Perché una comunità non è davvero sicura se perde le persone, i servizi e la capacità di riconoscersi.
![]() |
Franco Gabrielli |
CAMPOBASSO, 6 novembre 2026 – Sicurezza è la parola che sempre più incontriamo nei dibattiti politici, nelle cronache quotidiane, nelle preoccupazioni delle famiglie. Spesso viene associata al controllo, alla repressione, alla paura di ciò che potrebbe accadere. Solo raramente ci fermiamo a chiederci che cosa significhi davvero sentirsi sicuri.
È da questo interrogativo che ha preso forma il confronto svoltosi alla Sala Alphaville di Campobasso, in occasione della presentazione di “Contro la paura. Manifesto per una sicurezza democratica”, il libro scritto da Franco Gabrielli e Carlo Bonini, pubblicato da Feltrinelli.
![]() |
Campobasso, 6 novembre 2026 – Franco Gabrielli durante la presentazione del libro Contro la paura. Manifesto per una sicurezza democratica. |
L'iniziativa, promossa da ANPI Molise e Libera Molise, con il patrocinio del Comune di Campobasso, ha proposto una riflessione che va oltre l'ordine pubblico e investe il rapporto fra cittadini, istituzioni, diritti e comunità.
A moderare l'incontro è stato Michele Petraroia, con gli interventi di Loreto Tizzani, Antonio Battista e don Alberto Conti, coordinatore regionale di Libera contro le mafie.
Perché la sicurezza non riguarda soltanto ciò da cui dobbiamo proteggerci. Riguarda anche ciò che rischiamo di perdere.
Quando una strada si spegne
Tra i momenti più significativi della serata, l'intervento di don Alberto Conti, coordinatore regionale di Libera Molise.
La ripresa della presenza organizzata di Libera in Molise, ricordata durante la serata, dà ulteriore concretezza a questa riflessione: la legalità richiede presenze continuative, capaci di tessere rapporti tra cittadini, scuole, associazioni e istituzioni
Parlando delle aree interne, dello spopolamento e della progressiva scomparsa dei servizi, don Alberto ha raccontato un episodio della propria esperienza pastorale.
Nell'arco di un mese ha celebrato cinque funerali. Cinque persone che vivevano sole, ma che con la loro semplice presenza contribuivano a mantenere viva una strada del paese.
Poi quelle persone sono scomparse. E le luci delle loro case si sono spente.
Non è soltanto un'immagine dolorosa. È una rappresentazione concreta di quello che sta accadendo in tanti piccoli centri del Molise.
Quando chiude una casa, non perdiamo soltanto un abitante: perdiamo una presenza, una voce, una consuetudine. Talvolta un sapere, una memoria, una relazione che teneva insieme altre relazioni.
E quando si spengono troppe luci, un paese può continuare a esistere sulle carte geografiche, ma cominciare lentamente a scomparire dalla vita quotidiana.
Chi protegge una comunità da questa forma di insicurezza?
Don Alberto ha ricordato che la sicurezza non può essere separata dalla giustizia sociale, dalla sanità, dalla scuola, dal lavoro e dalla presenza delle istituzioni.
Ha richiamato anche la proposta di destinare l'ospedale incompiuto di Agnone a un istituto penale per minorenni, interrogandosi sulle priorità di un territorio che continua a confrontarsi con la difficoltà di garantire servizi essenziali.
Il suo intervento si è concluso con tre espressioni che meritano di essere conservate: «Non aver paura, non far paura e liberare dalla paura».
Non soltanto un'esortazione morale, ma un richiamo alla responsabilità di ciascuno e, soprattutto, di chi esercita funzioni pubbliche.
Gabrielli: la sicurezza nasce anche dalle relazioni
Franco Gabrielli ha raccolto le parole di don Alberto, riconoscendo nella sua testimonianza il cuore di una questione spesso trascurata.
Le sue considerazioni nascono da un lungo percorso di responsabilità pubbliche, dalla direzione della Polizia di Stato alla guida della Protezione civile, fino ai compiti svolti nell’ambito della sicurezza nazionale. Un’esperienza che rende particolarmente rilevante il confronto con le sue tesi, senza sottrarle alla necessaria discussione critica.
L'ex capo della Polizia ha invitato a distinguere fra sicurezza rilevata dalle statistiche e sicurezza percepita dai cittadini.
Le denunce non raccontano necessariamente tutto ciò che accade. Esistono reati che non vengono denunciati, persone che hanno paura di parlare, cittadini che non credono più nell'efficacia di una risposta istituzionale.
Dall'altra parte, social network e chat possono amplificare la percezione dei pericoli, facendo entrare nella vita quotidiana una successione continua di episodi che alimentano inquietudine.
Anche il modo di raccontare i fatti diventa allora una responsabilità civile. Informare significa verificare, contestualizzare, non alimentare paure sproporzionate e soprattutto non nascondere problemi reali. È un compito che riguarda i mezzi d’informazione, ma anche le associazioni e ciascuno di noi quando condivide una notizia.
Ma il passaggio forse più significativo del suo intervento è arrivato quando ha richiamato il concetto di sicurezza relazionale, una sicurezza che non dipende soltanto dalla presenza delle forze dell'ordine, ma anche dalla qualità delle relazioni fra le persone, dalla fiducia reciproca, dalla vitalità degli spazi pubblici e dal rapporto fra cittadini e istituzioni.
Quando un territorio si svuota, quando le attività scompaiono e i luoghi d'incontro vengono meno, non si produce soltanto un impoverimento economico, perché si indebolisce anche quel tessuto di relazioni che consente alle persone di sentirsi parte di qualcosa.
La riflessione di Gabrielli e la testimonianza di don Alberto, pur provenendo da esperienze differenti, si sono incontrate proprio su questo terreno.
La sicurezza non è soltanto assenza di criminalità. È anche presenza di comunità.
La legalità non può vivere soltanto nei codici
Un altro elemento centrale del ragionamento di Gabrielli ha riguardato il rapporto fra prevenzione e repressione.
L'ex prefetto non ha negato la necessità di contrastare i reati, garantire l'ordine pubblico e far rispettare le regole, ma ha contestato l'idea che ogni problema sociale possa trovare una soluzione attraverso l'introduzione di nuovi strumenti penali.
Una società democratica deve saper intervenire quando viene violata la legge. Ma deve anche interrogarsi sulle condizioni che favoriscono disagio, marginalità e criminalità.
Pensiamo ai giovani privi di opportunità, alle famiglie che non riescono ad accedere ai servizi, alle persone che vivono situazioni di isolamento, ai territori progressivamente abbandonati.
La repressione può intervenire sulle conseguenze di determinati comportamenti, mentre la prevenzione richiede politiche capaci di affrontarne le cause. Una responsabilità che non può essere affidata esclusivamente alle forze dell'ordine.
Servono istituzioni che dialoghino, servizi che funzionino, scuole capaci di educare, amministrazioni presenti e comunità disposte ad assumersi la propria parte di responsabilità.
Non significa chiedere alle associazioni di sostituirsi allo Stato. Significa riconoscere che la legalità ha bisogno di istituzioni credibili e di cittadini che non rinuncino a partecipare.
Il diritto di manifestare e i limiti del potere
Richiamando la propria esperienza nella gestione dell'ordine pubblico, Gabrielli ha ricordato che il compito delle istituzioni non consiste soltanto nell'impedire disordini.
Un servizio di ordine pubblico ben gestito, ha spiegato, dovrebbe garantire l'incolumità delle persone, consentire l'esercizio del diritto di manifestare e limitare i danni per la collettività.
È una distinzione importante in quanto il dissenso non è necessariamente una minaccia all'ordine democratico. Può esserne, al contrario, una delle espressioni fondamentali.
Naturalmente esiste una differenza fra manifestare pacificamente e ricorrere alla violenza. Ma proprio questa differenza richiede competenza, equilibrio e capacità di comprendere le circostanze.
Gabrielli ha espresso valutazioni critiche nei confronti di diversi provvedimenti adottati in materia di sicurezza, manifestando preoccupazione per il rischio di una progressiva compressione delle libertà.
Sono posizioni che appartengono al dibattito politico e giuridico contemporaneo e che richiedono di essere valutate nel merito, ma la questione di fondo resta: quanto più lo Stato esercita potere, tanto più deve essere consapevole dei limiti entro i quali quel potere può essere utilizzato.
Immigrazione: dalle emergenze alla responsabilità di governare
Il confronto ha affrontato anche l'immigrazione, tema sul quale Gabrielli ha criticato il ricorso sistematico a risposte emergenziali.
La sua riflessione ha individuato tre ambiti che richiedono una strategia organica: gestione degli ingressi regolari, rimpatri previsti dalle norme e integrazione.
Quest'ultimo aspetto è stato collegato alla necessità di costruire condizioni concrete di partecipazione attraverso lingua, formazione, lavoro e accesso ai servizi.
L'integrazione non può essere affidata soltanto alla buona volontà delle persone o all'impegno del volontariato: ha bisogno di programmazione, responsabilità istituzionali e risorse.
Gabrielli ha richiamato inoltre il valore di un'identità civica fondata sui principi della Costituzione, come riferimento comune per persone provenienti da esperienze e culture differenti.
Anche qui ritorna il tema della comunità: non qualcosa di immobile da difendere attraverso la paura, ma una realtà che richiede regole condivise, responsabilità e capacità di costruire relazioni.
Una comunità, tuttavia, non è automaticamente solidale perché conserva una lunga storia. Può anche escludere chi è diverso o lasciare ai margini i più fragili. Il suo valore democratico si misura nella capacità di accogliere, riconoscere diritti e rendere possibile la partecipazione.
Giustizia, tecnologie e nuove fragilità
Il dibattito si è esteso al funzionamento della giustizia, alle difficoltà del sistema penitenziario e alla necessità di rendere più efficaci i percorsi di reinserimento.
Gabrielli ha sottolineato che una giustizia lenta rischia di perdere efficacia, anche quando arriva ad accertare le responsabilità; una riflessione che richiama l'importanza di istituzioni non soltanto rigorose, ma anche capaci di funzionare.
Un'attenzione particolare è stata dedicata alla sicurezza digitale.
Truffe informatiche, attacchi alle infrastrutture, vulnerabilità dei sistemi pubblici e nuove tecnologie rappresentano sfide che non possono essere affrontate esclusivamente con strumenti repressivi.
Occorrono conoscenza, formazione e una cultura della prevenzione.
È un terreno sul quale anche l'educazione alla legalità deve imparare a misurarsi, soprattutto per proteggere le persone maggiormente esposte alle nuove forme di vulnerabilità.
I giovani che mancano, i giovani che partono
Un altro passaggio significativo ha riguardato la partecipazione delle nuove generazioni.
Gabrielli ha osservato come in molti incontri pubblici la presenza dei giovani sia limitata.
Nel Molise questa constatazione assume un significato particolare.
Quanti giovani non partecipano perché non sono interessati? E quanti, semplicemente, non vivono più nei luoghi in cui sono cresciuti?
L'emigrazione giovanile non rappresenta soltanto una perdita demografica o economica. È anche una sottrazione di energie, competenze, relazioni e possibilità di rinnovamento.
Continuiamo a parlare del futuro dei giovani. Ma quanto spazio riconosciamo loro nelle decisioni che riguardano quel futuro?
È una domanda che dovrebbe interrogare non soltanto la politica, ma anche le associazioni, le istituzioni culturali e le organizzazioni civiche.
Una comunità non può dirsi viva soltanto perché custodisce il proprio passato. Deve essere capace di offrire alle nuove generazioni la possibilità di costruire qualcosa che ancora non esiste.
La Costituzione come responsabilità quotidiana
Il richiamo alla Carta costituzionale ha accompagnato l'intera serata.
Gabrielli ha insistito sulla necessità di leggerla nella sua completezza, senza scegliere soltanto gli articoli che di volta in volta risultano più convenienti alle proprie posizioni.
Ha ricordato il valore del confronto fra culture politiche differenti che contribuì alla nascita della Repubblica.
Nel corso dell'incontro sono emerse anche valutazioni politiche esplicite, comprese quelle sull'attuale governo e sulla scelta dello stesso Gabrielli di partecipare a un'esperienza politica nell'area del centrosinistra.
Michele Petraroia, nelle conclusioni, ha richiamato la Costituzione nata dalla Resistenza e la necessità di un impegno civile capace di difenderne i principi.
Al di là delle differenti sensibilità e appartenenze, resta una questione che riguarda tutti: la democrazia non si conserva da sola. Ha bisogno di istituzioni che rispettino i propri limiti, di cittadini consapevoli dei propri diritti e doveri e di una partecipazione che non si esaurisca nei momenti elettorali.
Oltre la paura: che cosa tiene viva una comunità?
Tornando con il pensiero alla testimonianza di don Alberto Conti, rimane impressa l'immagine di quella strada senza più luci.
È difficile non riconoscervi qualcosa dei nostri paesi: le case chiuse, le scuole con sempre meno alunni, i servizi che si allontanano, le persone anziane che rimangono sole, i giovani che partono.
Sono trasformazioni che conosciamo e che troppo spesso abbiamo imparato a considerare inevitabili, ma proprio qui nasce una domanda che riguarda la legalità, la democrazia e il futuro del Molise: possiamo considerare sicuro un territorio nel quale le persone non hanno più le condizioni per continuare a vivere?
La sicurezza relazionale di cui parla Gabrielli invita ad allargare lo sguardo perché non basta proteggere le persone dai pericoli. Occorre anche costruire le condizioni perché possano continuare a riconoscersi come parte di una comunità.
Questo non significa affidare alla cultura, al volontariato o alla solidarietà il compito di compensare l'assenza dei servizi pubblici. Significa, piuttosto, riconoscere che la sicurezza democratica richiede entrambe le cose: istituzioni capaci di garantire diritti e comunità capaci di mantenere vive le relazioni.
La comunità non può essere chiamata a compensare indefinitamente ciò che le istituzioni non riescono più a garantire.
Per l'Osservatorio Molisano sulla Legalità, la riflessione emersa a Campobasso richiama il valore dell'educazione civica, della partecipazione e della responsabilità collettiva.
La legalità non è soltanto ciò che chiediamo agli altri di rispettare: è anche ciò che siamo disposti a costruire, custodire e difendere insieme.
E forse, prima ancora di domandarci come proteggere i nostri paesi dalla paura, dovremmo chiederci che cosa possiamo fare perché tornino a essere luoghi nei quali valga la pena restare, incontrarsi e immaginare il futuro, perché la sicurezza di una comunità comincia anche da qui: dalla scelta di non considerare inevitabile il suo abbandono.


Commenti
Posta un commento