“Era tanto un bravo ragazzo” La violenza che noi maschi dobbiamo imparare a riconoscere
Dall'autorità familiare al controllo delle relazioni: educare al rispetto della libertà è il primo passo per prevenire la violenza contro le donne.
Una precisazione sul linguaggio
In questa riflessione utilizzo intenzionalmente i termini maschio e femmina, anziché uomo e donna.
È una scelta per richiamare la responsabilità maschile nei comportamenti violenti, senza attribuire alla biologia ciò che deve essere compreso anche attraverso l'educazione, la cultura e le relazioni di potere.
Essere maschi non significa essere violenti. La violenza è un comportamento, non un destino biologico.
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"Era tanto un bravo ragazzo." Quante volte abbiamo ascoltato questa espressione dopo che una femmina è stata uccisa da un maschio che conosceva, amava o con il quale aveva condiviso una parte della propria vita?
Parole che sembrano esprimere incredulità, ma che dovrebbero spingerci a porci una domanda: che cosa non siamo stati capaci di vedere?
Ho ascoltato con particolare attenzione un'intervista alla magistrata Paola Di Nicola Travaglini, autrice del libro Era tanto un bravo ragazzo. Strumenti per riconoscere e sradicare la violenza maschile contro le donne nei gesti quotidiani (HarperCollins).
Consiglio, soprattutto ai maschi, di approfondire i temi affrontati dall'autrice.
Ho trovato particolarmente significativa una sua riflessione: la violenza non comincia necessariamente con un'aggressione fisica. Può essere preceduta da comportamenti di controllo, umiliazione e progressiva limitazione della libertà, talvolta scambiati per manifestazioni di amore, gelosia o protezione.
Quando la normalità nasconde una disuguaglianza
L'autrice richiama alcuni esempi della vita quotidiana: il posto a capotavola tradizionalmente riservato al maschio; la femmina che si alza per prima e siede per ultima; il lavoro domestico e di cura considerato prevalentemente una responsabilità femminile; i maschi che dispongono più liberamente del proprio tempo, mentre alle femmine viene chiesto di occuparsi degli altri.
Sono immagini familiari a molte generazioni, compresa la mia.
Non costituiscono automaticamente atti di violenza, ma possono esprimere un sistema di relazioni nel quale l'autorità, la libertà e le responsabilità non vengono distribuite equamente.
Il problema non è la tradizione in sé, ma il momento in cui un'abitudine diventa un obbligo, una gerarchia viene considerata naturale e la libertà di una persona vale meno di quella di un'altra.
Ed è proprio questo il punto: non tutto ciò che abbiamo imparato a considerare normale è necessariamente giusto!
Proteggere non significa controllare
Credo che una delle questioni più importanti riguardi il significato che attribuiamo alle parole autorità, protezione e responsabilità.
Un padre responsabile, un marito premuroso, un maschio capace di prendersi cura della propria famiglia rappresentano valori che non devono essere messi in discussione.
Il problema nasce quando la protezione diventa una giustificazione per limitare la libertà dell'altra persona. Quando si pretende di decidere con chi una femmina possa uscire, come debba vestirsi, quali amicizie frequentare, quali scelte compiere.
Quando la gelosia diventa sorveglianza, il disaccordo diventa umiliazione e l'affetto viene utilizzato per imporre obbedienza.
Il controllo può manifestarsi quando il partner pretende di conoscere ogni spostamento, controlla il telefono, ostacola le amicizie, impone decisioni o trasforma ogni richiesta di autonomia in un motivo di conflitto.
Nessuno di questi comportamenti dovrebbe essere automaticamente giustificato come espressione di gelosia o amore. Quando si ripetono e limitano progressivamente la libertà di una persona, rappresentano segnali da non sottovalutare.
In questi casi non siamo più nel campo della protezione reciproca, ma in quello del controllo.
L'amore non attribuisce a nessuno il diritto di governare la vita dell'altro.
Il patriarcato non è la paternità
È anche su questa distinzione che occorre interrogare il patriarcato: non la responsabilità di un padre verso la propria famiglia, ma l'idea che essere maschi attribuisca naturalmente un'autorità superiore sulle femmine.
La paternità può esprimere cura, affetto, responsabilità e capacità di accompagnare i figli verso l'autonomia. Il patriarcato, invece, quando organizza le relazioni secondo una gerarchia fondata sul sesso, attribuisce agli uomini una posizione di potere che non deriva dalle loro qualità personali.
Riconoscere questa differenza non significa accusare indiscriminatamente i padri o considerare violenta ogni famiglia tradizionale. Significa interrogarsi su quali rapporti di potere possano limitare la libertà individuale.
Educare i maschi al rispetto della libertà
Un altro passaggio dell'intervista riguarda il ruolo educativo dei padri.
I figli apprendono anche attraverso ciò che osservano: il modo in cui gli adulti affrontano i conflitti, distribuiscono le responsabilità, esprimono le emozioni e rispettano le decisioni reciproche.
Non basta insegnare a un bambino che non deve usare la violenza. Occorre insegnargli che la forza non coincide con il dominio, che la fragilità non è una vergogna e che il rispetto della libertà altrui non diminuisce la propria dignità.
Alle bambine, contemporaneamente, dobbiamo trasmettere la consapevolezza che la libertà, l'autonomia e la realizzazione personale non sono concessioni, ma diritti.
La prevenzione della violenza comincia anche dall'educazione sentimentale, dalla qualità delle relazioni familiari e dai modelli culturali che proponiamo alle nuove generazioni.
Custodire la memoria, riconoscere ciò che deve cambiare
Per chi, come me, si occupa di memoria, tradizioni e patrimonio culturale immateriale, questa riflessione assume un significato particolare.
Le tradizioni custodiscono la storia delle comunità, ma ci consegnano anche i modelli sociali del passato.
Rispettarle non significa considerare giusto tutto ciò che abbiamo ereditato. Significa saper distinguere ciò che merita di essere tramandato da ciò che abbiamo il dovere di cambiare.
Possiamo riconoscere il sacrificio delle nostre madri senza accettare che quel sacrificio debba essere esclusivamente femminile; possiamo onorare i nostri padri senza ritenere che l'autorità familiare debba appartenere necessariamente ai maschi; ossiamo difendere il valore della famiglia senza confondere la responsabilità con il potere.
La memoria diventa una risorsa per il futuro quando ci aiuta anche a riconoscere gli errori del passato.
Riconoscere la violenza e sapere a chi chiedere aiuto
Il libro di Paola Di Nicola Travaglini richiama anche un'esigenza concreta: offrire strumenti per riconoscere tempestivamente i comportamenti violenti e sapere a chi rivolgersi.
La violenza può essere fisica, psicologica, sessuale o economica. Può manifestarsi attraverso minacce, isolamento, umiliazioni, ricatti e forme di controllo coercitivo.
Non occorre aspettare che una situazione peggiori per chiedere consiglio.
1522 – Numero nazionale antiviolenza e antistalking
Il 1522 è un servizio pubblico gratuito, disponibile 24 ore su 24, tutti i giorni dell'anno.
Garantisce l'anonimato e offre ascolto, informazioni e orientamento attraverso operatrici specializzate.
Anche familiari, amici, insegnanti, operatori sanitari e persone che desiderano aiutare possono rivolgersi al servizio per ricevere indicazioni.
Non è necessario essere direttamente vittime di violenza per chiedere informazioni. Anche chi teme che una persona vicina si trovi in una relazione pericolosa può rivolgersi al 1522 per ricevere orientamento.
Rivolgersi a un centro antiviolenza e a professionisti legali specializzati può aiutare a conoscere i propri diritti, valutare le possibilità di protezione e affrontare con maggiore sicurezza le eventuali iniziative giudiziarie.
Non è necessario rivolgersi preventivamente a un centro antiviolenza per poter presentare una denuncia.
In caso di pericolo immediato, chiamare il 112.
Chiedere aiuto non obbliga a intraprendere immediatamente un percorso di denuncia. Significa poter ricevere ascolto, informazioni e sostegno per compiere scelte consapevoli.
Una responsabilità che riguarda soprattutto i maschi
Non possiamo continuare a considerare la violenza contro le femmine un problema che riguarda soltanto queste ultime. È anche, e soprattutto, una questione che interpella noi maschi.
Ci riguarda nel modo in cui viviamo le relazioni, affrontiamo un rifiuto, accettiamo l'autonomia delle nostre compagne, educhiamo i figli e reagiamo ai comportamenti discriminatori.
Le leggi, le istituzioni e gli strumenti di protezione sono indispensabili, ma nessuna norma può sostituire completamente il lavoro culturale necessario a modificare comportamenti profondamente radicati.
Questo lavoro chiama in causa anche la scuola, i servizi sociali, gli operatori sanitari, le istituzioni e le comunità.
La responsabilità individuale è fondamentale, ma la prevenzione richiede anche una rete collettiva capace di riconoscere i segnali di rischio e intervenire.
Forse la domanda da cui ripartire è proprio questa: siamo capaci, noi maschi, di riconoscere anche nelle nostre abitudini quelle forme di potere che siamo pronti a condannare negli altri?
Perché prevenire la violenza significa anche imparare a riconoscerla prima che diventi irreparabile.
Il rispetto della libertà di una femmina non è una concessione del maschio: è il fondamento di una relazione tra persone libere.
Nicola Frenza
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