La Tavola Osca tra Agnone e Capracotta: memoria viva di un paesaggio culturale

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  La celebre Tavola Osca, conservata ad Agnone e ritrovata nel territorio di Capracotta, continua ancora oggi a interrogare studiosi e comunità sul rapporto profondo tra identità, territorio e memoria. In questi giorni il Molise torna a confrontarsi con uno dei suoi reperti più importanti: una testimonianza straordinaria non solo dal punto di vista linguistico e archeologico, ma anche per ciò che racconta sul rapporto tra esseri umani, natura, sacralità e comunità. Forse è proprio questo il punto più attuale. La Tavola non parla soltanto del passato.  Parla anche a noi. Ci parla del legame tra territorio e identità. Del rapporto tra ambiente e cultura. Di una spiritualità che non separava il sacro dalla vita quotidiana. Di una visione del mondo profondamente radicata nei cicli naturali, nella terra e nelle comunità. Ed è forse per questo che oggi il tema torna così centrale. Il rischio contemporaneo, infatti, è ridurre il patrimonio a semplice oggetto museale o turistico, dime...

'La memoria dell'acqua' - Riflessioni della scrittrice Maria Carmela Mugnano

 

Riceviamo e pubblichiamo

Il suggestivo titolo del tuo romanzo mi ha fatto subito pensare all'omonimo libro di Masaru Emoto con cui diversi anni fa questo ricercatore giapponese lanciò un messaggio mondiale di pace e speranza attraverso quella che definì la capacità dell'essere umano di influenzare con la sua energia fatta di pensieri, parole, espressioni artistiche, umori e sentimenti, la materia intorno. Nel caso specifico i suoi studi riguardarono l’acqua che di quell’energia, in positivo o in negativo, sembra trattenere le vibrazioni nei suoi cristalli, tracciandone memoria… E noi, per più della nostra metà corporea, siamo fatti d'acqua. Ma, per la correlazione che esiste tra corpo e mente, anche la nostra entità psichica può assomigliare talvolta ad una fonte d'acqua sorgiva, a un fiume impetuoso… o a uno stagno melmoso e oscuro. Ed ecco che, allo stesso modo,  Ettore Branzi attraversa trent'anni della sua vita realizzando nella simbiotica connessione interiore di Eros e Thanatos, la presenza intermedia e costante di Pothos, il dio del ricordo amoroso e della nostalgia, e fa dello sguardo distante e pensoso del dio il suo sguardo esistenziale. Non è  felicità, ma gli viene offerta dalla vita quella che per lui è l’unica felicità possibile, nel riverbero denso e vischioso di un limbo datato dall’incontro con Gianmaria Messi. Prima di questa “conoscenza” intellettuale e carnale Ettore non era nato a se stesso, era acqua stagnante, destinato a compiere “l'omicidio perfetto" della propria identità “diversa”. Il Niente è il vero contrario dell'Amore, non la Morte. Questa verità Ettore l'ha compresa a quasi vent'anni nell’impeto improvviso delle sue cellule, un’ebollizione di pelle e viscere che scardina totalmente qualunque accomodante certezza, e non potrà che essere il  viatico a cui rimanere fedele, come la fiaccola di Demetra che attende di notte il ritorno di Persefone che le è stata rapita dal re degli inferi. E invero Ettore in tutto questo tempo fa del luogo dei loro incontri amorosi, che lui e Gianmaria avevano intimamente chiamato Samarcanda, il tempio mentale dell'attesa in cui, come un iniziato, celebrare il rito segreto dei suoi personali misteri eleusini. Ed ecco, nel segreto di un mistero che solo il cuore e la mente di Ettore possono conoscere, il dono  di Pothos, incommensurabile nel suo struggimento. Con tutto il suo carico di lancinante sofferenza che il violento distacco da Gianmaria - altra parte di sé a completare l'unicum - gli aveva procurato, Ettore, in un periodo storico di rabbiosa stigmatizzazione ideologica di ogni “diversità”, aveva abdicato a qualsiasi progetto futuro intimo e vero. E non aveva mai alzato la lancia per combattere e affermare il  legame con Gianmaria, scegliendo invece lo scudo, la corazza che protegge la parte più molle e fragile del granchio. Ogni amore coltiva e conserva la sua esclusività, che è la sua origine e, quando viene a mancare, la sua fine. E la visione interiore del romanzo, densa di sorprendenti sprazzi di verità, nel ritmo battente dell’ultimo capitolo passa il testimone a Thanatos. Dopo aver fortunosamente scoperto, sulla pista di indizi segreti appartenenti solo a loro due, quello che ritiene sia un accomodamento sentimentale da parte di Gianmaria, Ettore prende coscienza, nella sua dimensione più profonda e acquatica, che il suo lungo e pensoso sguardo era tornato su se stesso. Nessun dio lo aveva avvisato che quell' unicum tanti anni prima si era dissolto in una nebbia che aveva coperto il cuore di Gianmaria con la scelta di una felicità parziale, e i suoi occhi, che avevano creduto di vedere oltre quello che era semplicemente lo specchio su cui rimbalzava la sua illusione. Amore viene fatto derivare nella sua etimologia da a-mors, senza morte, ma Ettore ci aveva preparato alla sua verità: “Il luogo più… contiguo alla morte… si chiama amore".   

Maria Carmela Mugnano

(by nicola)

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